Una Nuova Officina a Roma nella valle del Tevere

Siamo lieti di comunicarvi che la R. L. “La Fenice” all’Oriente di Roma, nella Valle del Tevere, è entrata a far parte dell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano e ha acquisito il numero 145 di matricola.

Il nome distintivo della nuova Loggia è “La Fenice”, il mitico uccello dalle straordinarie caratteristiche, chiamato dagli Egizi Bennu.

Per gli abitanti delle fertili terre poste lungo le rive del Nilo, Bennu era, in origine, una sorta di passero, mentre, più tardi, lo identificarono con l’airone cenerino, così comune sulle sponde e sul delta del grande fiume.

Bennu rinasceva non dal fuoco, ma dalle acque ed era collegato a Venere, la stella del mattino, tanto che in un inno dell’antica civiltà faraonica si legge “Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino”.

L’associazione era ovvia, Venere, vista come Lucifero, la stella del mattino, era colei che ogni giorno annunciava la rinascita del Sole, dopo la morte apparente dovuta notte, quando Ra era costretto a visitare la dimensione tenebrosa e a lottare contro Apophis, “incarnazione della dissoluzione dell’oscurità e della non esistenza”.

Furono i greci che trasformarono Bennu in fenice, nome derivante da Φοῖνιξ (rosso porpora). Così la descrisse Erodoto: “C’è anche un altro uccello sacro, che si chiama fenice. Io non l’ho mai visto, se non dipinto; poiché, tra l’altro, compare tra loro soltanto raramente: ogni 500 anni, come affermano i sacerdoti di Eliopoli; e si fa vedere, dicono, quando gli sia morto il padre. Per dimensioni e per forma, se è come lo si dipinge, è così: le penne sono parte color d’oro, parte color rosso vivo; è molto somigliante all’aquila per contorni e per grandezza”.

Tutti gli scrittori successivi si affidarono alla testimonianza di questo illustre storico ellenico, tanto che anche Dante, ripropose, secoli e secoli più tardi, l’immagine della fenice, in modo simile a quella già delineata da Erodoto: “la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa / erba né biada in sua vita non pasce, / ma sol d’incenso lacrima e d’amomo, / e nardo e mirra son l’ultime fasce” (Inferno XXIV, 107-111)

La fenice, entrata così nell’immaginario collettivo e nel vasto oceano della simbologia, divenne l’emblema di ciò che non muore mai, ma risorge costantemente dalle proprie ceneri, come quei concetti, quelle tradizioni e quei valori cari alla Libera Muratoria che non tramontano, nonostante il volgere dei tempi, sugli orizzonti degli uomini.

Non a caso il motto che si suole associare a questa leggendaria figura è “Post fata resurgo”.

Al Maestro Venerabile e ai membri della R. L. “La Fenice” all’Or:. di Roma, n. 145, nella Valle del Tevere, inviamo un fortissimo triplice fraterno abbraccio e gli auguri miei e di tutti voi di un proficuo lavoro nell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano.

Con il più caro Triplice Fraterno Abbraccio.