Siamo lieti di comunicarvi che la R. L. “Pitagora” all’Or∴ di Siracusa, nella Valle dell’Anapo, è entrata a far parte della Comunione, acquisendo il numero 166 di matricola.

Quando visse Pitagora, la Grecia stava sviluppando una fiorente civiltà, impostate sulle polis, città stato indipendenti.
Ogni Polis controllava il territorio circostante, adibito a pastorizia e agricoltura, mentre all’interno delle mura ferveva l’artigianato e il commercio che aveva il suo centro nell’agorà, la piazza del mercato preposto anche alle assemblee e alle riunioni politiche.
A partire dal VII secolo a.C. la crescita demografica impose un notevole fenomeno migratorio, con la fondazione di nuove città stato e un ulteriore sviluppo dei commerci. Ciò comportò una presa di coscienza del ceto medio, costituito da mercanti, imprenditori, artigiani che via via reclamò diritti politici pari a quelli dell’aristocrazia, fino a quel momento unica detentrice del potere.
Vi furono pertanto contrasti e conflitti intestini che facilitarono l’insorgere dei tiranni che, approfittando delle continue turbolenze, diventarono signori assoluti delle città. Fu questo il caso di Samo che ebbe in Policrate il proprio autocrate. Costui, con un colpo di stato, disautorò i geomori, i nobili proprietari terrieri e, nel 537, assunse il pieno potere e per quindici anni dominò Samo, fino a quando nel 522 a. C., il satrapo persiano Orete, lo catturò con l’inganno e l’uccise. Pitagora non visse le vicende del tiranno e della sua Samo perché già nel 530 a.C. si era rifugiato a Crotone, nella Magna Grecia. Qui l’esule elaborò il proprio pensiero, traendo ispirazione dall’orfismo, da cui desunse l’idea dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi e dal misticismo estatico dionisiaco.
È probabile che in ambito dionisiaco, proprio a Crotone, Pitagora sia venuto in contatto non solo con la scuola medica già fiorente in quella città, ma con lo sciamanesimo vero e proprio, di cui un esponente era il mitico Abari, l’uomo venuto da nord. Insomma l’esule di Samo, fu attento a ogni proposta, a ogni eco culturale che la società del tempo gli suggeriva, al punto che Francesco Adorno scrive: “sempre in via ipotetica possiamo dire […] che certi atteggiamenti religiosi e magici Pitagora può averli benissimo accolti durante i suoi viaggi in Egitto e poi a Creta […], trasformando quelle che erano credenze agrarie […] in incantagioni di tipo medico quali poteva aver trovato fra i medici incantatori e sacerdoti egiziani e soprattutto tra i medici della scuola di Crotone” (F. Adorno).
Una caratteristica di Pitagora fu quella di non lasciare niente di scritto; pertanto, il suo pensiero è stato tramandato da altri, alcuni dei quali vissuti molti anni dopo la sua morte. Quando si parla di Pitagora, perciò, bisogna usare il condizionale e ricorrere a periodi ipotetici, giacché è arduo porre i confini fra la storia e il mito, fra il documentato e l’attribuito.
Procedendo con tale prudenza, si può supporre che Pitagora concepisse il numero come elemento fondante della creazione, poiché solo con il numero vi sarebbe il passaggio dall’indefinito del caos al definito dell’armonia.
Seppur sia difficile separare quello che fu il pensiero originario del Maestro dalle dottrine dei suoi discepoli o dalle scuole che da lui presero nome, rimane il fatto che egli impresse un’impronta fondamentale alla filosofia occidentale e in più divenne un archetipo di conoscenza e di un sapere profondo che non è raggiungibile da tutti.
Molti secoli più tardi, Porfirio (233-305 d.C.), seguace di Plotino, facendo tesoro di opere precedenti, scrisse la Vita di Pitagora, e in siffatto libro il pensatore della siriaca Batanea ritiene, richiamando il saggio di Samo, che il creato sia traducibile attraverso un sistema “numerico simbolico”.
Alcuni anni più tardi un altro neoplatonico, Giamblico (251-326 d.C.), si cimentò in uno scritto simile, individuando nei numeri “essenze incorporee, invisibili, indivisibili, incorruttibili” e considerando la filosofia una “scienza che coglie il mistero della vita e [permette il] dominio, nella comprensione del tutto vivente, di tutte le cose”.
La fama e il valore archetipale di Pitagora non si fermarono con il basso impero, egli continuò a essere un simbolo tanto che il pensatore di Samo divenne un punto di riferimento anche per la Massoneria. “La Scuola di Pitagora e la Libera Muratoria prevedono un cammino iniziatico, un lungo periodo di silenzio nell’apprendistato, un rapporto tra i membri di fraternità completa. Una privazione dei ruoli sostenuti nell’ambito della società profana. L’abbandonare i “metalli” determina una riduzione della facoltà dell’io cosciente e dell’iperfunzione individuale per assumere simboli che amplifichino il Sé” (Arnone).
Bisogna aggiungere che esponente di spicco del neo-pitagorismo d’impronta massonica fu Arturo Reghini (1878 – 1946). Figura celebre del mondo iniziatico peninsulare, egli fu membro effettivo del Supremo Consiglio d’Italia del Rito Scozzese Antico e Accettato e, avviato allo studio del pitagorismo da Amedeo Rocco Armentano, fondò con lui a Roma nel 1923 l’Associazione pitagorica. Autore di numerosi volumi, collaborò con diverse riviste quali “Leonardo”, “Atanòr”, “Ignis”, “Ur” e, in virtù dei suoi studi, ebbe prestigiosi riconoscimenti dall’Accademia dei Lincei e dall’Accademia d’Italia.
Al Maestro Venerabile e ai membri della R. L. “Pitagora” all’Or∴ di Siracusa, nella Valle dell’Anapo, n. 166, inviamo un fortissimo triplice fraterno abbraccio e gli auguri di un proficuo lavoro nell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano.



