Una Nuova Officina a Roma nella valle del Tevere

Siamo lieti di comunicarvi che è entrata a far parte della Comunione la R. L. “Cavalieri Silenti” all’Or∴ di Roma, nella Valle del Tevere; la nuova Officina ha acquisito il numero 160 di matricola.

Il nome distintivo della loggia comprende un sostantivo “cavalieri”, seguito da un aggettivo “silenti”; esaminiamo questi due termini perché offrono delle interessanti considerazioni. Il combattere a cavallo fu, fin dall’antichità, un segno di distinzione sociale ma, col Medioevo, divenire cavaliere significò essere nobilitato, una nobiltà che non poteva essere trasmessa ma che era motivo di vanto e di prestigio per l’intero clan familiare.

Si diventava cavaliere con un vero e proprio rito d’iniziazione che rappresentava un cambiamento di stato.

Il cerimoniale era complesso e si svolgeva in almeno due giorni, prevedeva la nomina di un padrino, il consumare solo pane, acqua e sale, “secundum legem militiae”, lo spogliarsi dei vecchi abiti, il sottoporsi a un lavacro rituale e l’indossare nuovi vestiti, rigorosamente bianchi. Terminata la fase preparatoria, di ritorno alla purezza originaria, l’iniziando compiva la veglia d’armi che durava l’intera notte.

Il giorno di poi, di fronte all’intera comunità, avveniva il rito vero e proprio che comprendeva tre giuramenti, il primo prestato “super sancta Dei Evangelia”, quindi, i cavalieri presenti levavano in alto le spade e il padrino procedeva all’investitura il cui culmine era rappresentato dalla “gotata” (colée in francese), “il buffetto simbolico, col quale si ricordava al cavaliere la sottomissione a colui che lo investiva e, ad un tempo, lo si invitava a non subire più in futuro, dopo quella rituale, altre ingiurie” (F. Cardini).

Il tutto si concludeva con un abbraccio e un bacio fraterno, al quale seguiva un “magnum prandium”, durante il quale il neo-cavaliere, per dimostrare la propria generosità, distribuiva doni ai presenti.

A ben osservare, dunque, fra il Rito d’Iniziazione massonica e l’investitura cavalleresca, sussistono delle stringenti similitudini.

Passando al secondo termine del nome distintivo dell’Officina, si può affermare che il silenzio era pressoché idolatrato dagli antichi Romani.

In pratica non vi era scrittore o pensatore latino che non esaltasse la capacità di tacere. Scriveva Cicerone: “Malim equidem indisertam prudentiam quam stultitiam loquacem” e Seneca aggiungeva “Qui nescit tacere, nescit loqui”, mentre Catone sentenziava: “Nulli tacuisse nocet”. Il silenzio, tuttavia, non possiede solo una valenza morale e comportamentale, infatti, implica riflessioni complesse sull’essere e l’esistere.

Scrive Giacomo Leopardi, in una delle sue liriche più celebri, L’infinito: “Ma sedendo e mirando, interminati / Spazi di là di quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura”.

Nel guardare l’orizzonte che s’estende a perdita d’occhio, chi non ha provato la stessa sensazione del Poeta di Recanati, il medesimo senso di smarrimento di fronte all’illimitato? In quel momento l’immensità ti parla, ti cattura: sei una goccia che si perde nel mare e, diventandone parte, scopri in te l’inimmaginabile vastità che non conosce confini di tempo e di spazio.

La tua fragile esistenza diventa, allora, una bolla di sapone, concreta, reale, ma provvisoria come un battito d’ali, un attimo fuggente che affiora dal magma delle possibilità per precipitare nel baratro del non essere.

Sulle pareti effimere della sfera, insorgenza casuale che si sfa mentre si forma, si specchia l’incommensurabile. Quella pellicola, quel velo di luce riflessa sembra catturare l’universo: lo stormire delle foglie nell’alitare del vento, i monti lontani e il cielo sovrastante e al di là di quel manto azzurro, spazi siderali, grumi di stelle, spirali di galassie, nubi apocalittiche, nove e supernove.

Tutto ciò si muove impercettibilmente e vorticosamente e il moto delle sfere si traduce in un’armonia di suoni e di pause, in un canto di luce e d’oscurità, in una fuga di note che un organo cosmico sembra generare.

Scrive Pascal: “Le silence éternel de ces espaces infinis m’effraye”. Ciò che noi chiamiamo o definiamo, per approssimazione linguistica, vuoto o niente è un quid inconcepibile, è l’insondabile sovraumano, è il divino, al quale s’addice il silenzio, poiché nessun suono, alcuna parola o immagine riesce ad accennarlo.

Era così per Valentino, lo gnostico del II secolo d.C. le cui dottrine furono riprese dal Vangelo apocrifo di Filippo.

Si legge in siffatto testo che solo gli illuminati prendono coscienza della verità, gli altri permangono nell’ignoranza: “Un cieco e un uomo che vede, quando sono tutti e due nelle tenebre, non sono differenti l’uno dall’altro. Ma quando viene la luce, allora quello che vede vedrà la luce e quello che è cieco rimarrà nelle tenebre”.

Se per la gnosi di Valentino, l’Ente s’identifica con l’inimmaginabile vuoto, per quella di Izchak Luria, al contrario, l’Essere s’innerva nell’inconcepibile tutto.

Vuoto e Pieno, Silenzio e Suono, oppure Silenzio che ascolta il Suono, a queste considerazioni conducono gli “interminati spazi” e la “profondissima quiete”.

Vi è una soglia fra i due estremi, non è un varco, un confine ma un rapporto di continuità, è un orizzonte che apre ad un “oltre”, come la siepe che consente a Leopardi di apprezzare la visione dell’infinito.

Silenzio e suono, sogno e coscienza, ascesa e caduta non sono ossimori, né contraddittori ma complementari. Perciò, il silenzio di cui varchiamo la soglia apre all’assoluto, è l’athanor che contiene tutte le possibilità, che sublima ogni ipotesi, in un’infinità di voci, di suoni, di melodie e in queste ultime si compendiano le percezioni, i pensieri, i sogni in quanto la musica è un codice metaforico con innumerevoli potenzialità essendole consentito di articolarsi “in forme che sono negate al linguaggio verbale”. La musica è emozione e simbolo, dove il simbolo è principio d’ordine in atto, è legge cosmologica e cosmotetica che ordina gli opposti e ciò che noi viviamo come contrapposti.

Il suono generato dal silenzio accorda l’interno di quella bolla di sapone con l’infinità dello spazio di cui siamo parte, infrange la fragile barriera che riflette e separa, elimina il velo di effimera contingenza e permette l’abbraccio con l’assoluto, con l’anima mundi. Il microcosmo si apre sul macrocosmo, ove sogno e realtà, possibilità e vissuto, si fondono in un eterno presente, dove l’interiorità di ciascuno di noi si sublima nell’anteriorità di milioni di storie, di eventi, di volti di sensazioni ed emozioni.

È la melodia delle sfere nella quale si coglie il fluire o il “sapere del tempo”, come si legge nel De Musica di Agostino, è la soglia varcata dal “Cavaliere Silente”.

Al Maestro Venerabile e ai membri della R. L. “Cavalieri Silenti” all’Or∴ di Roma, nella Valle del Tevere, n. 160, inviamo un fortissimo, triplice fraterno abbraccio e gli auguri di un proficuo lavoro nell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano.