La tesi di questo articolo, fondata esclusivamente su studi accademici, repertori universitari e documenti storici, è netta ma va formulata con precisione: la presenza femminile nella massoneria non è un’invenzione recente né una deviazione marginale, bensì una realtà storicamente attestata in forme diverse — corporativa, adottiva, mista e propriamente femminile — dal mondo del lavoro muratorio tardo-medievale fino alle obbedienze moderne. Da ciò segue un punto decisivo: l’esclusione assoluta della donna non può essere presentata come un principio originario, universale e simbolicamente necessario della Libera Muratoria; è piuttosto il prodotto di una particolare codificazione storica, affermatasi in un preciso contesto anglo-inglese e successivamente assolutizzata da una parte della tradizione.

La clausola del 1723 non è un dogma originario
Il testo che viene di solito evocato per fondare l’esclusione femminile è la formulazione delle Costituzioni del 1723 di James Anderson, secondo cui i membri di loggia devono essere “good and true Men… no Women”. Ma la stessa storiografia accademica invita a storicizzare quella formula: La storica francese Cécile Révauger ricorda che essa nasce in un’Inghilterra nella quale le donne erano già escluse dalla sociabilità pubblica e associativa, e che proprio per questo non può essere letta come una legge metastorica dell’iniziazione, bensì come la codificazione di una soluzione inglese settecentesca.
Ancora più importante è il fatto che la stessa documentazione pre- e para-andersoniana incrina l’idea di una esclusione originaria assoluta. La Révauger segnala la presenza di Mary Banister nella London Mason’s Company nel 1714, mentre la documentazione sintetizzata dalla storica Emanuela Locci ricorda che Mary Banister fu apprendista di un costruttore per sette anni e iscritta alla compagnia londinese dei muratori. In altri termini: proprio mentre la massoneria speculativa inglese si andava normando in senso maschile, sopravvivevano o erano ancora visibili tracce di presenza femminile negli ambienti corporativi da cui la massoneria storicamente derivava
Prima di Anderson e oltre Anderson
La prima premessa da ristabilire, contro molta apologetica esclusiva maschile, è che il mondo del costruire non fu mai un universo integralmente privo di donne. La storica americana Shelley E. Roff ha scritto che, sebbene la maggioranza degli artigiani fosse maschile, in molte regioni dell’Europa occidentale le donne furono impiegate comunemente nei cantieri e nelle botteghe connesse all’edilizia. Questa partecipazione non basta da sola a dimostrare una continuità lineare tra corporazione e loggia speculativa, ma elimina alla radice l’argomento secondo cui il simbolismo muratorio nascerebbe da un mestiere ontologicamente precluso al femminile.
Il quadro si precisa ulteriormente grazie a Emanuela Locci. Nel suo studio, pubblicato nell’archivio IRIS dell’Università di Torino, vengono richiamati diversi dati: la presenza di donne nelle gilde e corporazioni; i riferimenti ai Livres des Métiers del 1268 e agli statuti dei carpentieri di Norwich del 1375; la formula della loggia di York del 1693 secondo cui “colui o colei che doveva essere ammesso” poneva le mani sul libro e prestava giuramento; e ancora il caso di Mary Banister. Locci aggiunge che, secondo numerosi studiosi, dal Trecento in poi esistettero diversi casi documentati di donne ammesse a lavori che più tardi sarebbero confluiti nella tradizione muratoria. Questi dati non autorizzano fantasie genealogiche, ma bastano a dimostrare che l’esclusione femminile non è una necessità originaria del lessico muratorio.
In questo senso, la vera alternativa storiografica non è fra “presenza totale” ed “assenza totale”, bensì fra due modelli storici concorrenti: uno che restringe e uno che ammette, in modi differenti, l’accesso femminile. L’errore delle massonerie maschili che si appellano all’“origine” è proprio trasformare una delle strade percorse dalla storia in un essenza immutabile.
Le logge d’adozione e la piena iniziabilità simbolica della donna
Se ci si sposta al Settecento continentale, il quadro diventa ancora più chiaro. James Smith Allen, nel volume open access A Civil Society: The Public Space of Freemason Women in France, 1744–1944, spiega che il suo studio parte dal 1744 perché proprio allora viene pubblicato il primo rituale di adozione, cioè una formalizzazione delle “mysteries” massoniche per candidate femminili; lo stesso Allen afferma che già dal 1744 le soeurs venivano iniziate attraverso riti di adozione identificabili. Jan Snoek, in un saggio specialistico sul Rito d’Adozione, precisa inoltre che molte idee correnti su queste logge sono storicamente false: non è vero che fossero fin dall’inizio corpi esclusivamente femminili; non è vero che fossero mere appendici folcloristiche; non è vero che non fossero “vera” massoneria. Prima del 1774 alcune logge d’adozione erano addirittura miste e indipendenti, e il termine “adoption lodge” aveva inizialmente un significato più vasto di quello poi stabilizzato dal Grande Oriente francese.
Il dato più rilevante, sul piano esoterico, è però un altro. Snoek mostra che uno dei nuclei simbolici del Rito d’Adozione settecentesco era una rilettura radicale della figura di Eva: non più semplicemente il paradigma della colpa femminile, ma il soggetto che apre la porta alla felicità e alla conoscenza morale; il rituale arriva a collocare Eva, sul piano simbolico, a un livello paragonato a quello di Gesù, e Snoek definisce esplicitamente questo impianto “proto-feministic”. In altre parole: la tradizione iniziatica massonica europea ha già prodotto, al proprio interno, una simbolica in cui il soggetto femminile non è periferico, ma centrale. Questo fatto rende storicamente e dottrinalmente debole ogni pretesa di impossibilità esoterica dell’iniziazione femminile.
Cécile Révauger conferma il punto sul piano istituzionale. Nella sua ricostruzione della Francia, le logge d’adozione non appaiono come una bizzarria marginale, ma come una forma che il contesto francese ritenne perfettamente pensabile; e aggiunge che, a differenza di quanto avverrà più tardi negli Stati Uniti con l’Eastern Star (= Stella d’Oriente), le donne francesi delle logge d’adozione poterono essere considerate massone a pieno titolo. Anche qui la conclusione è semplice: non esiste una sola storia della massoneria, ma almeno due grandi linee storiche, una restrittiva e una inclusiva.
Da Maria Deraismes alla co-massoneria
Il passaggio decisivo dell’età contemporanea è naturalmente l’iniziazione di Maria Deraismes. La ricostruzione pubblicata su Cairn/PUF da Andrée Prat e Colette Loubatière è molto chiara: l’idea di una vera iniziazione massonica della donna matura a lungo nell’Ottocento francese, ma nulla di decisivo accade prima del 1882, quando la congiuntura tra la Grande Loge Symbolique Écossaise (GLSE) e la personalità di Maria Deraismes rende possibile un atto definito dagli autori “rivoluzionario”. La stessa fonte mostra inoltre che, pur avendo la GLSE respinto a maggioranza l’ammissione delle donne, la questione era già pienamente presente nel dibattito massonico: altro segno che non si trattava di un impossibile simbolico, ma di un conflitto storico e politico.
Da quell’evento nasce il filone co-massonico moderno. Il capitolo di Oxford dedicato al tema ricorda che la più grande e influente obbedienza mista, Le Droit Humain, venne istituita nel 1893 come conseguenza diretta dell’iniziazione di Maria Deraismes; Révauger mostra poi che nel Novecento le donne francesi ebbero la possibilità di scegliere fra ordini misti e ordini esclusivamente femminili, fino alla nascita della Grande Loge Féminine de France nel 1945. La storia, dunque, non va dalla “normalità” maschile a una “deviazione” femminile, ma da un pluralismo conflittuale di modelli a una progressiva istituzionalizzazione della presenza delle donne.
Il caso italiano e gli studi di Anna Maria Isastia
Nel contesto italiano, il lavoro di Anna Maria Isastia consente di leggere la presenza femminile in Massoneria non come semplice anomalia interna all’Ordine, ma come parte di una più ampia storia dell’emancipazione civile, della cultura laica e della modernizzazione democratica. Nei suoi studi sulla Massoneria italiana, Isastia colloca infatti l’Istituzione dentro il grande confronto tra cultura laica, Chiesa cattolica, Stato liberale, scuola, cittadinanza e diritti. La Massoneria non viene considerata soltanto come organizzazione iniziatica, ma come uno degli ambienti in cui, tra Ottocento e Novecento, si elaborarono idee di progresso, istruzione, libertà di coscienza e partecipazione civile. È in questa cornice che la questione femminile assume rilievo: l’accesso delle donne alla Massoneria non riguarda soltanto la composizione delle logge, ma il rapporto tra iniziazione, cittadinanza e piena dignità della persona.

Questo emerge con particolare chiarezza dai lavori specifici dedicati alla Massoneria femminile. In “Donne e Massoneria a Napoli”, Isastia ricostruisce la presenza femminile nella Napoli tra Settecento e Ottocento, mostrando come il tema non appartenga soltanto alla storia francese delle logge d’adozione, ma tocchi direttamente anche il caso italiano. Napoli diventa così un osservatorio significativo: una città nella quale sociabilità aristocratica, cultura illuministica, pratiche iniziatiche e presenza femminile si intrecciano dentro uno spazio storico concreto, non dentro una rivendicazione astratta. La donna in loggia non appare quindi come una concessione moderna, ma come un fenomeno già innestato nelle forme storiche della sociabilità massonica meridionale.
Nel saggio “La franc-maçonnerie féminine italienne des années 1800 à aujourd’hui”, Isastia amplia ulteriormente il quadro, seguendo la Massoneria femminile italiana dall’Ottocento fino all’età contemporanea. L’impostazione è importante perché evita due errori opposti: da una parte l’idea che la donna sia sempre stata estranea alla storia massonica italiana; dall’altra la tentazione di ridurre la Massoneria femminile a una semplice appendice imitativa di esperienze straniere. Al contrario, la prospettiva di Isastia mostra una continuità problematica ma reale: la questione femminile attraversa la storia italiana in forme diverse, tra logge d’adozione, ambienti misti, rivendicazioni di parità, resistenze istituzionali e progressiva costruzione di spazi autonomi.
Particolarmente rilevante, ai fini della tesi qui sostenuta, è la puntualizzazione attribuita a Isastia nella presentazione del volume “Iniziazione femminile e Massoneria”. Secondo questa ricostruzione, in Italia il problema di motivare l’esclusione femminile si pose in modo esplicito nel 1969, quando nel contesto del Grande Oriente d’Italia venne utilizzata la formula secondo cui, essendo l’iniziazione massonica “solare”, le donne non potevano essere ammesse ai misteri dell’Ordine. Il punto è decisivo: se questa giustificazione compare così tardi e non appartiene al nucleo originario dei rituali, essa non può essere presentata come una verità tradizionale immemoriale, ma come una razionalizzazione successiva, costruita per dare veste simbolica a una esclusione già decisa sul piano istituzionale.
La lezione storiografica che si può trarre da Isastia è dunque chiara: la presenza femminile nella Massoneria italiana va studiata dentro la storia sociale e politica del Paese, non liquidata con argomenti simbolici tardivi o con formule rituali trasformate in dogmi. Se la Massoneria è stata, nella storia italiana, uno spazio di cultura laica, educazione civile e progresso, allora l’esclusione della donna non può essere difesa come necessità iniziatica senza entrare in contraddizione con quella stessa vocazione emancipatrice. Proprio per questo il tema della donna in loggia non è un dettaglio marginale, ma una cartina di tornasole: misura la coerenza tra i principi proclamati dall’Istituzione — libertà, uguaglianza, fratellanza — e la loro effettiva applicazione storica.
Marzialità e solarità non sono simboli esclusivamente maschili
Uno degli argomenti più deboli, ma più ricorrenti, usati per giustificare l’esclusione femminile è quello secondo cui la massoneria sarebbe una via “solare”, “virile”, eventualmente “marziale”, e quindi strutturalmente maschile. La storia dei rituali smentisce questa naturalizzazione. Révauger ricorda che nei sistemi francesi del Settecento i titoli femminili sono espliciti e che nella Amazonnerie Anglaise compare persino la figura della “Courageuse Généralissime”. La marzialità simbolica, dunque, non è stata estranea neppure al linguaggio iniziatico costruito per donne o per corpi misti. Non siamo davanti a un monopolio maschile del coraggio, dell’ordine o della disciplina, ma alla prova che lo stesso lessico cavalleresco e militante è stato storicamente femminilizzato.

Anche la storia comparata delle religioni rende insostenibile ogni riduzione meccanica di “marziale” a “maschile”. La letteratura scientifica descrive Durga come dea guerriera e demon-schiantatrice; Bellona come dea romana della guerra; Minerva come divinità con dimensione militare; la Morrígan come dea celtica della battaglia. Non si tratta di eccezioni ornamentali, ma di figure strutturali di interi sistemi simbolici. Se il sacro ha conosciuto, in culture tra loro lontanissime, potenze guerriere femminili pienamente legittime, allora non si vede su quale base storica seria si possa sostenere che la marzialità simbolica sia appannaggio esclusivo del maschio.
Lo stesso vale per la solarità. La comparazione religiosa conosce non solo dei solari maschili, ma anche importanti figure femminili del sole: Amaterasu in Giappone è esplicitamente una “sun goddess”, mentre nell’Anatolia ittita il pantheon è guidato dalla Sun Goddess of Arinna. Perciò l’equazione “solare = maschile” non è una legge del simbolo, ma una selezione culturale particolare, assolutamente incapace di fondare da sola una norma universale di esclusione. Sul piano ermeneutico, l’argomento della solarità appare dunque come una razionalizzazione a posteriori: può descrivere una preferenza di alcune correnti, non una necessità intrinseca dell’ordine iniziatico.
Se si uniscono questi dati al carattere proto-femminile del Rito d’Adozione mostrato da Snoek, il quadro si fa ancora più netto. Non solo la donna è storicamente iniziabile; non solo è stata iniziata; non solo ha occupato uffici e strutture rituali; ma è stata anche resa soggetto simbolico centrale di narrazioni iniziatiche forti. Perciò le giustificazioni che pretendono di dedurre l’esclusione femminile da una supposta “natura” marziale o solare della massoneria non reggono né alla prova documentaria né a quella storico-religiosa.
Una conclusione storica, non polemica
La conclusione cui portano le fonti è semplice. La donna in massoneria non è un accidente tardo, una forzatura moderna o una concessione estranea allo spirito dell’istituzione. È una presenza documentata lungo una traiettoria ampia: nel retroterra corporativo, nelle logge d’adozione, nelle sperimentazioni miste del Settecento e dell’Ottocento, nella cesura rappresentata da Maria Deraismes, nelle obbedienze miste e femminili del Novecento, e nelle stesse vicende italiane fra Napoli, il GOI e la Grande Loggia Mista Simbolica d’Italia. L’esclusione assoluta della donna appartiene dunque non alla “natura” della Libera Muratoria, ma a una particolare costruzione storica che altri filoni massonici hanno contestato, corretto o superato.
In termini storiografici, la posizione più rigorosa non consiste nel negare che siano esistite forti tradizioni massoniche maschili; consiste nel rifiutare che quelle tradizioni vengano trasformate in unico canone retroattivo dell’intera storia massonica. In termini simbolici, la posizione più solida è riconoscere che la marzialità, la centralità rituale e perfino la solarità non sono proprietà essenziali del maschio, ma campi semantici storicamente condivisi e variamente declinati. Per questo, l’esclusione femminile appare oggi non solo difficilmente difendibile sul piano civile, ma anche scarsamente sostenibile sul piano storico ed esoterico.
Fonti
Fra le fonti più rilevanti utilizzate per questo articolo vanno segnalati almeno i seguenti lavori e repertori:
- James Smith Allen, A Civil Society: The Public Space of Freemason Women in France, 1744–1944, University of Nebraska Press, open access OAPEN.
- Jan A. M. Snoek, “The Adoption Rite, its Origins, Opening up for Women, and its ‘Craft’ Rituals”, in REHMLAC. [9]
- Cécile Révauger, “Gender in French Freemasonry, From the Eighteenth Century Until Today” e “Call me sister!”, in sedi accademiche REHMLAC/Scielo.
- Andrée Prat e Colette Loubatière, “L’initiation de Maria Deraismes”, PUF/Cairn.
- History of the Grand Orient of Italy, archivio IRIS dell’Università di Torino.
- Emanuela Locci, Storia della massoneria femminile. Dalle corporazioni alle obbedienze, Bastogi, disponibile in IRIS-AperTO.
- Roff, S.E. (2010). “Appropriate to Her Sex”? Women’s Participation on the Construction Site in Medieval and Early Modern Europe. In: Earenfight, T. (eds) Women and Wealth in Late Medieval Europe. The New Middle Ages. Palgrave Macmillan, New York. https://doi.org/10.1057/9780230106017_7 [109-110]
- Repertori istituzionali Sapienza IRIS per la bibliografia di Anna Maria Isastia, comprendente Donne e Massoneria a Napoli e La franc-maçonnerie féminine italienne des années 1800 à aujourd’hui.




